Live in action     Aggiornamento al 12/04/08

 

La valle dell'oblio

Gli interpreti:

Maso: Tradan   Maurizio: Flaugis
Goz: Rahec   Biscko: Lancant
Tosko: Nalaghar   Mirko: Asiredus
Angio: Narhain   Ferro: Phynum
Vittoria: Tavra      

 

Introduzione

 

Cenni storici

Correva l'anno 874 della III Era del Sole. Tredici anni dopo la morte dell'ultimo re di Arnor, Earendur, l'antico regno dei dunedan del nord si è spaccato in 3: a nord l'Arthedain, a sud il Cardolan e a est il Rhudaur. I rispettivi sovrani, i tre figli dell'ultimo re di Arnor governano i loro regni con giustizia e lealtà, ma ben presto questioni di confine cominciarono a far sorgere i primi avvisi di future schermaglie. Dividendo l'Arnor in tre, Earendur aveva stabilito che i confini dei nuovi regni dovessero incontrarsi a Colle Vento (Amon Sul). In cima a quella collina si trovava la più possente delle fortezze dell'Eriador, ed in essa vi era custodita la più potente delle Pietre Veggenti del Nord, uno dei Palantir.

 

Arthedain: re Amlaith - Cardolan: re Thorondor detto l'Aquila Scura - Rhudaur: re Aldarion

 

L'Ordine dei Custodi del Sacro Fuoco dell'Ovest

Quando Numenor venne abbattuta e Valinor portata oltre la sfera celeste, gli esuli della grande isola trovarono scampo nella Terra di Mezzo, e li vi fondarono i due regni dei dunedan: a nord Arnor e a sud Gondor.

I Valar abbandonarono per sempre Arda e solo pochi Maia vi rimasero. Anche gli Eldar iniziarono a partire, salpando dai Porti Grigi. La pace regnò per poco tempo, perchè nel frattempo, Sauron, l'oscuro Signore, aveva fatto ritorno a Mordor, e con i suoi eserciti aveva mosso guerra contro il regno di Gondor. Un'ultima alleanza fu stretta fra elfi e uomini, e nella grande battaglia di Dagorlad prima, e poi nell'assedio di Barad-Dur, la Lega dei Popoli Liberi sconfisse Sauron. Molte furono però le perdite che subirono gli uomini e fra di essi anche Elendil il Fedele.

 

Fra le rovine del mondo, devastato dall'inabissamento di Numenor, dall'allontanamento di Valinor e poi dai lunghi anni di guerra, gli uomini si guardarono attorno e per la prima volta si sentirono soli. Gli elfi li stavano abbandonando e i Valar erano ormai lontani. I più nobili degli Edain, i re di Arnor, pregarono i Signori dell'Ovest di perdonare l'empietà dei loro padri e di far ritorno nell'Ovesturia, ma memori già del fallimento di Amandil, nutrivano poche speranze di perdono.

Fondarono così un ordine di cavalieri, chiamato dei Custodi del Sacro Fuoco dell'Ovest. Il compito di questi uomini era quello di edificare dei templi nel regno di Arnor, dove al loro interno dovevano alimentare incessantemente una fiamma a simbolo della luce di Valinor. I Custodi avrebbero dovuto pregare incessantemente i Valar, mantenerne vivo il ricordo e tramandarne la saggezza. Ogni tempio era retto da un Maestro, che ivi risiedeva, mentre a corte, accanto al re di Arnor, viveva il Sommo Custode, capo supremo dell'Ordine. Gli eredi di Elendil chiesero ed ottennero l'aiuto degli elfi nell'organizzare l'Ordine: alcuni di essi furono insigniti del grado di Maestro, affinché guidassero i Custodi. Gli elfi, infatti, avevano da sempre un intimo contatto con i Valar ed una diretta esperienza nel volere di Eru.

Ma il compito dei Custodi non doveva limitarsi solo a questo: essi dovevano anche essere dei guerrieri ed ergersi a primo baluardo nell'eventuale ricomparsa del Nemico.

I Cavalieri dell'Ordine venivano scelti fra i rampolli delle case nobili di comprovata discendenza dunedan: essi facevano voto di castità per mantenersi puri e voto di povertà, in quanto il potere e la ricchezza generavano bramosia e corruzione, ed una volta investito il Custode non poteva lasciare i suoi compiti sino a quando il Maestro non lo rilasciava. Anche a alcuni elfi chiesero spontaneamente di far parte dell'Ordine, ma agli Eldar non veniva imposto loro nessun giuramento.

 

Passarono gli anni, ed agli anni si aggiunsero i secoli. I re degli uomini divennero deboli e ciò che doveva essere ricordato fu dimenticato.

Il regno del nord, Arnor, fu diviso in tre stati dall'ultimo re, che ne diede uno a ciascuno dei suoi figli, ma essi iniziarono a lottare fra loro per la supremazia. Gli eredi di Elendil non si dimostrarono saggi ed avveduti come i loro padri, e presto dimenticarono i Valar che sostituirono con il culto degli antenati. Così le attenzioni nei confronti dei loro avi si tradusse in un eccessivo interesse verso il proprio onore ed in una forma di superstizione incentrata sul concetto di fortuna, e le preghiere rivolte a Eru scemarono nell'indifferenza. Essi riconoscevano la potenza di esseri superiori, ma erano convinti che questi avessero scopi che trascendevano la cerchia di comprensione umana.

E se i dunedan stessi avevano dimenticato i saggi Valar, il volgo e la gente comune sentì il bisogno di rivolgersi a ideali più vicini e concreti, sopratutto in tempi così difficili. Semplici riti in onore della Madre Terra e del Padre Cielo, agli spiriti che proteggevano il raccolto e le piogge sostituirono le elaborate cerimonie dei Custodi del Sacro Fuoco.

I tre nuovi sovrani non riconobbero più l'utilità dell'ordine clericale dei Custodi, e nessuno volle ascoltare il grido di rimprovero del Sommo Custode, e l'ordine avvizzì. I monasteri ed i templi dei Fuoco caddero in rovina e più nessun nobile inviò i propri figli a custodire il ricordo dei Valar.

Ben presto i pochi monasteri rimasti, privi della guida di un Sommo Custode, dovettero contare solo sulle proprie forze, imponendosi un governo autonomo.

 

Ogni monastero e tempio era costituito da una grande cappella a cupola, con un foro nella sommità (a ricordo del perduto Pantheon eretto sull'isola di Numenor), ove al centro ardeva perennemente un enorme falò che simboleggiava la Luce dei Valar. Oltre al tempio a cupola, ogni monastero aveva una vasta biblioteca, ove i Custodi conservavano libri e pergamene con la storia degli Edain e gli insegnamenti dei Signori dell'Ovest. Dei locali ove vivere ed addestrarsi alle armi completavano il monastero. Nei pressi dei più importanti centri di culto potevano sorgere anche dei piccoli borghi, dove la gente semplice, legata ancora spiritualmente ai vecchi insegnamenti, viveva e sosteneva con il proprio lavoro il monastero.

I Custodi vestivano di semplici e rigorosi panni bianchi, su cui era ricamato l'emblema del loro ordine, un esagono che racchiudeva una rosa dei venti che indicava l'ovest. Sui loro mantelli, anche dopo la scissione di Arnor, campeggiava la bandiera del regno: una grande croce nera su campo bianco e l'albero di Nimloth.

Si dice che in molti degli monasteri, i custodi conservino ancora oggi antiche reliquie del passato di Numenor e della seconda era.

 

I personaggi

 

FLAUGIS: figlio di una piccola casata minore del Arthedain meridionale, dimostrò sin da piccolo sorprendenti doti. Con la sola preghiera riusciva ad infondere misteriosi poteri e virtù agli oggetti che ebanisti e fabbri producevano. Quando i Custodi udirono tali fatti ottennero dal padre del ragazzo il permesso di istruirlo in un monastero. Oggi, raggiunta la piena maturità, Flaugis è considerato dai suoi confratelli un benedetto dai Valar.

 

NARHAIN: unico sindar del monastero di Woodgrove, ha per anni covato il desiderio di assurgere a ruolo di Prescelto, ovvero colui che un giorno diverrà Maestro. Purtroppo per lui, già in passato il Maestro Dinlyn, sindar anch'egli, prima di partire per i Porti Grigi ed aver retto il monastero per 327 anni, scelse il suo sostituto nell'attuale Mestro, l'Edain Agrerand. Ora, che l'ormai anziano Agrerand ha comunicato l'intenzione di lasciare alla sua morte la guida del monastero ad Asiredus, nel cuore di Narhain comincia a farsi strada un malcelato senso di frustrazione intrisa di invidia e rancore. Il sindar discende da un'antica famiglia di Eldar di Gondolin l'armatura che spesso indossa (unica concessione accordatagli) ne testimoniano il lignaggio. La bardatura apparteneva a suo nonno Lithin, che si dice ucciso da Gothmog nel sacco di Gndolin.

 

LANCANT: terzogenito di una casata fedele al nuovo re dell'Arthedain, Amlaith, fu inviato dal padre presso il monastero di Woodgrove per onorare gli antichi impegni dei suoi avi. Dalla fondazione dell'ordine ad oggi, vi è sempre stato un membro della famiglia di Lancant a difendere i confini del Nord. Poco portato alla spiritualità, il giovane è un altezzoso nobilastro che crede fermamente nel compito a lui affidatogli.

 

ASIREDUS: è il Prescelto dal vecchio Maestro per guidare il monastero. Non è un uomo d'arme ne uno stratega, ma un esperto conoscitore dei segreti del passato ed instancabile studioso. Il Maestro Agrerand lo reputa il più indicato per governare con saggezza e prudenza i suoi confratelli. Da mesi, però, il Prescelto si è isolato in studi e antichi libri recentemente scoperti in una nicchia della biblioteca. Narhain, che cova verso di lui un profondo rancore, vocifera che lo studioso abbia scoperto antichi libri "proibiti".

 

TRADAN: di semplici natali ma di chiara stirpe dunedan, Tradan fu accolto ancora i n fasce nel monastero, ed educato al volere dei Valar. Cresciuto con l'odio verso i servi di Morgoth e verso gli uomini che ritiene dei miscredenti, è ritenuto da tutti un valido guerriero della fede, ma da sorvegliare e frenare nei suoi comportamenti da fondamentalista.

 

PHYNUM: giovanissimo confratello, di recente investitura, inviato dal padre, nobile cortigiano di Amlaith, affinché i Custodi lo educassero con rigidità ai suoi doveri. Infatti, il ragazzo è considerato dal padre un pelandrone ed uno smidollato, dedito solo ad importunare le dame di corte.

 

RAHEC: eriadoriano del nord, considerato dalle autorità della zona un contrabbandiere ed un losco individuo. Esperto conoscitore dei sentieri che conducono a nord, verso le terre dei lossoth, Rahec contrabbanda pelli di foca e di alce, grasso di balena, rari estratti vegetali ed animali. In buoni rapporti con svariate tribù lossadan, ritiene il suo tornaconto misura dei suoi impegni. Una volta dedito alle truffe e ai furti, da quando salvò la vita ad un giovane lossoth iniziarono le sue fortune come contrabbandiere.

 

NALAGHAR: giovane zingaro di origine lossadan, venne scacciato dalla sua tribù in quanto pessimo guerriero e cacciatore dagli scarsi risultati. Nalaghar, infatti, non si sentiva nato per la spartana vita dei nomadi delle steppe del nord, ma amava il canto e la danza. Giunto dei villaggi di confine, si procurò da vivere come saltinbanco e borseggiatore. Scoperto ad alleggerire il portamonete di un ricco mercante, fu salvato dal linciaggio da Rahec, un brigante dedito a piccole truffe. Da quel giorno, il giovane lossadan fa copia fissa con il suo salvatore ed ha iniziato con lui una redditizia carriera di contrabbandiere.

 

 

Inizio dell'avventura

 

A turbare la flemmatica quiete del piccolo monastero di Woodgrove, nel nord del regno di Arthedain, un giorno si presentarono dei messi reali, che chiesero ed ottennero il permesso di parlare con il Maestro Agrerand. Questi inviati recavano un messaggio del re, che chiedeva l'aiuto del monastero. Questa richiesta sorprese il Maestro: da secoli gli Edain non si rivolgevano più ai Custodi, e man che meno i re che negli ultimi anni avevano assunto il potere nell'Eriador.

Dopo aver ascoltato a lungo le richieste del re, il Maestro si rinchiuse in un tetro silenzio, sino a quando disse ai messi che i Custodi avrebbero nuovamente avuto occasione di dimostrare il loro valore. Agrerand fece convocare gli ultimi Custodi del monastero, i dunedan Phynum, Tradan, Asiredus, Lancant, Flaugis ed il sindar Naharain. Scuro in volto, l'anziano maestro raccontò loro ciò che era accaduto qualche mese prima in una zona dell'estremo nord dell'Eriador, dove i confini del Rhudaur si congiungevano con quelli dell'Arthedain. In uno sperduto villaggio montano, dei pastori avevano incontrato un uomo che vestiva i panni di un Custode. Quest'uomo, ridotto in fin di vita per la stanchezza e la debolezza fisica, aveva tutta la pelle del corpo bruciata, annerita, indurita... come se fosse stata esposta per lunghissimo tempo ad una fonte di calore, e questo calore, anziché ucciderlo, gli aveva "cotto" le pelle. Questo strano uomo, magrissimo e con svariate antiche cicatrici sparse ovunque, prima di spirare aveva farneticato di demoni che uscivano dalle voragini del terreno, di sigilli spezzati e di antiche ombre che tornavano ad abitarsi nell'oscurità squarciata dal fuoco! I pastori, superstiziosi ed impauriti, prima di bruciare il cadavere notarono anche uno strano tatuaggio sul dorso dello strano Custode: la pelle annerita mostrava ancora un tatuaggio con tre piccole onde stilizzate. gli abitanti del villaggio raccontarono dell'accaduto a delle guardie di confine, che a loro volta riferirono ai loro comandanti, sino a che la notizia non venne riferita a corte. Re Amlaith non aveva ne tempo ne voglia di occuparsi di Custodi usciti di senno, e che se effettivamente vi era qualche cosa di vero nelle parole di quel pazzo avrebbero dovuto occuparsene i Custodi stessi.

Maestro Agrerand mal celava un senso di timore ed inquietudine, e dopo aver congedato i messi, con la promessa che i suoi sei custodi la avrebbero seguiti sino al borgo di Ganahu, nel nord dell'Arthedain domani stesso, svelò ai suoi confratelli un antico segreto gelosamente custodito dai Maestri del loro Ordine.

Più di 300 anni prima, sei custodi di tre diversi monasteri dell'Arnor, avevano costituito un loro ordine segreto, e corrotti dal male che si era insinuato nei loro cuori, avevano abbracciato oscure dottrine. Scoperti ed espulsi dall'ordine, i sei furono inseguiti e perseguitati. Uno cadde combattendo, due furono catturati e tre fuggirono nel freddo Forodwaith. I due eretici furono interrogati in vano: essi non rivelarono nulla dei loro segreti e furono arsi vivi. Del loro scellerato ordine venne cancellato tutto: nomi, luoghi, date... tutto ciò che riguardava i sei fu cancellato per nascondere la vergogna e la blasfemia che aveva macchiato l'Ordine dei Custodi del Sacro Fuoco dell'Ovest. Di essi restava solo il loro simbolo, che ogni Maestro doveva conservare segretamente affinché vigilasse sull'operato dei suoi confratelli e che intervenisse prontamente se il male avesse nuovamente corrotto uno di essi. Il sigillo degli eretici erano le loro mani unite a simboleggiare la loro comunione, e sul dorso di ogni mano, un simbolo. Le onde trovate sulla mano del monaco pazzo corrispondevano a quelle disegnate sulla pergamena che Agrerand mostrò ai sei Custodi.

Il monastero di Woodgrove, fra quelli ancora in attività, era quello che si trovava più a nord di tutti e spettava quindi a loro il compito di verificare ed eventualmente intervenire. Il Maestro, troppo vecchio per intraprendere una simile missione, sarebbe rimasto al tempio con i pochi giovani accoliti a pregare affinché i Valar concedano la forza e la saggezza necessaria ai suoi confratelli per questo delicato incarico. Se in passato i Maestri non erano riusciti ad estirpare il male dall'Ordine e questo si è ripresentato nuovamente, dovranno essere loro sei ad affrontarlo e a sconfiggerlo.

 

Nel frattempo, nel borgo di Ganahu, il Prefetto del re, garantiva l'amnistia a due infidi contrabbandieri con la promessa di guidare una spedizione nel nord dell'Eriador.

 

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Quando i Custodi raggiungono finalmente Ganahu, i messi si congedano lasciandoli in compagnia del Prefetto della ragione, Krissh, che fornisce loro qualche altro dettaglio sull'apparizione del misterioso monaco dalla pelle bruciata. Presso la piccola torre del borgo, presidio del Prefetto, i Custodi fanno la conoscenza delle loro due guide, Rahec e Nalaghar. Purtroppo il pragmatismo dei due contrabbandieri si scontra quasi subito con il fanatismo di Tradan, creando un certo attrito fra di loro. Infatti, durante tutto il viaggio che portò i chierici da Ganahu al piccolo paesino di montagna, Rahec non fece altro che bisticciare con il monaco! Giunti alla loro meta, i due contrabbandieri non furono accolti ben volentieri dal borgomastro, recenti rancori erano ancora troppo brucianti, ma che dovette fare buon viso a cattivo gioco: Rahec e Nalaghar godevano dell'amnistia e della protezione reale.

I custodi interrogarono i due pastori che incontrarono il misterioso monaco, ma il loro racconto era confuso e drammatico. Malgrado fosse passato più di un mese, i due erano ancora scossi ed impauriti.

Mentre pascolavano le loro greggi verso i dolci pendii erbosi che conducevano alle Colline delle Neve, comparve loro questo uomo, vestito esattamente come i monaci che ora sedevano innanzi a loro, ma le sue vesti parevano lerce e luride. La sua pelle era bruciata, come appariva la corteccia di un ciocco di betulla buttato nel camino. Svariate cicatrici gli segnavano la pelle. Magro ed affaticato, l'uomo barcollava e si reggeva in piedi a stento. Urlava frasi senza senso, minacciava la venuta di demoni che sarebbero sorti dalla terra, farneticava di sigilli spezzati, di antichi incubi che avrebbero nuovamente camminato fra gli uomini... che i peccatori avrebbero reclinato il capo presentando il collo ai loro carnefici... Urlava con quanto fiato gli restava nel suo scheletrico corpo. farneticava e balbettava tanto da avere quasi a la bava alla bocca. Diceva che tutto era perduto e che la via era stata imboccata, e che la via non ammetteva ritorno ne pentimento... ed altre cose che i due pastori non riuscirono ad udire con chiarezza.

Terrorizzati, di due pecorai corsero al villaggio, e quando fecero ritorno alle colline, accompagnati dal borgomastro e da altri tre uomini, il pazzo chierico giaceva a terra ormai morto. Superstiziosi com'erano quei montanari, decisero di bruciare quel corpo senza vita direttamente dove si trovava.

Alla richiesta di essere accompagnati sul posto il giorno seguente, il borgomastro rispose che li avrebbe accompagnati su figlio, Ross. Il ragazzo, affermò il borgomastro, era del gruppo che raggiunse con lui il luogo del ritrovamento, ma che oltre non li avrebbe portati. Le Colline della Neve, asserì con un filo di timore nella voce e negli occhi, erano un posto maledetto e chiunque vi si avventurava non ne faceva ritorno. Avevano quello strano nome, continuò, perchè una strana e perenne tormenta di neve ne avvolgeva le cime.

 

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L'indomani il tempo si presentava assai brutto: neri nuvoloni oscuravano il cielo, improvvisi scrosci di pioggia gelida ed un impetuoso vento che spirava da nord flagellò per tutto il tragitto il gruppo di chierici che viaggiava diretto verso i pascoli ove i pastori avevano incontrato quello che ormai era chiamato da tutti "il prete nero".

Prima di partire, Rahec aveva avuto il tempo di portare a termine un baratto assai interessante: un conciatore del villaggio gli diede alcune pelli di orso e di montone in cambio di una grosso quantitativo di spezie e sale.

Man mano che si dirigevano a nord ovest i boschi lasciarono il posto a verdi e ricchi pascoli erbosi. A nord si potevano scorgere le colline che precedevano i valichi per i fitti boschi del nord, mentre a ovest incombevano le Colline della Neve. L'elfo Narhain avvertiva un senso di inquietudine crescere in lui, ma non se ne dava ragione. Quando finalmente giunsero nel luogo dell'incontro ormai il giorno volgeva al termine ed il giovane Ross disse loro che non avrebbe mosso un passo in più se non per tornare verso il villaggio. Sul pendio di una dolce collina appariva il segno di una bruciatura: li, confermò il figlio del borgomastro, avevano accatastato il corpo privo di vita del prete nero e gli avevano appiccato fuoco. Sul terreno, i chierici rinvennero solo i resti anneriti di qualche osso, degli spallacci di metallo e delle fibbie. Mentre i Custodi esaminavano i resti, Ross cominciò ad urlare terrorizzato, indicando un punto poco distante da loro. Urlava che il prete nero era risorto e che li stava guardando minaccioso, che era tornato dalle fiamme dell'inferno per maledirli e che erano tutti perduti. Colto da una crisi di panico, il ragazzo fu atterrato da Rahec che lo immobilizzò. Ovunque i chierici guardassero, non videro nulla. Alcuni si incamminarono verso il punto in cui Ross asseriva d'aver visto il prete nero, ma non vi trovarono niente, assolutamente nulla. Rahec osservò con attenzione il terreno erboso per diversi metri, ma anche lui non scorse nessuna traccia. I Custodi si fecero indicare dal ragazzo un piccolo maso dove trovare riparo per la notte, quindi lo lasciarono andare. Il figlio del borgomastro non li salutò nemmeno: corse via a perdifiato, discendendo i pascoli che iniziavano ad essere abbracciati dall'oscurità della sera. Quando il ragazzo fu lontano, Narhain confessò ai suoi fratelli che anche lui aveva scorto qualche cosa, sui pendii a nord ovest... qualche cosa di indefinito, quasi avvolto dalla bruma... ma qualunque cosa fosse, l'aveva intravista solo per un attimo e comunque era molto più distante da dove Ross aveva detto di aver visto il prete nero risorto.

Giunsero al maso che ormai era notte: si trattava di una larga e bassa casupola dalle pareti in sassi e dal tetto di assi di legno ricoperte da uno Le colline delle Nevestrato di terra ed erba. Tutt'attorno era stato costruito in piccolo recinto per le capre e le pecore. Questa capanna era in effetti un ovile dove i pastori conducevano le greggi per ripararsi e per trascorrere i lunghi periodi di pascolo. L'interno era spoglio e sporco, ma consentiva loro di ripararsi dal vento, che comunque filtrava con innumerevoli spifferi. Dopo aver legato i cavalli ed il mulo sotto una piccola tettoia dove era accatastata delle legna, il gruppo si sistemò all'interno dell'ovile ed accese un piccolo fuocherello.

I Custodi non si fidavano ancora delle loro guide e queste non nutrivano simpatia per i preti, quindi fu deciso che una guida avesse montato di guardia assieme ad uno due chierici, in modo che nessuno avesse spiacevoli sorprese, e dopo un frugale pasto, chi non era di guardia si coricò. L'elfo, cui spettava l'ultimo turno di veglia, decise in ogni caso di rimandare ancora un po' il riposo ed uscì all'esterno. La notte era buia e la luna era coperta dalle nubi. Non pioveva più, ma il vento non si era ancora placato. Guardando verso nord ovest, verso le famigerate Colline della Neve, Narhain ebbe nuovamente la fugace impressione di scorgere qualche cosa di indefinito che si muoveva fra le ombre. A parte questo avvenimento, nulla turbò il sonno dei preti e delle guide, che comunque fu agitato per alcuni di loro.

 

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Quando si destarono iniziarono a discutere sull'opportunità di dirigersi subito verso le Colline della Neve oppure di dirigersi a est, nella speranza di individuare i resti dei due antichi monasteri dove una volta avevano vissuto cinque dei sei congiurati eretici. Quando fu deciso di incamminarsi verso il confine con il Rhudaur, apparve in lontananza, verso ovest, una strana figura sulla cima di una collina. La distanza era tale da permettere solo all'elfo di scorgere nei dettagli l'uomo che se ne stava ritto nel vento freddo che soffiava da nord. La carnagione era pallida, capelli lunghi e neri, indossava un corpetto di metallo e maglie, spallacci e sudici abiti bianchi. Al vento garriva un ampio manto bianco con la croce di Arnor. Non vi erano dubbi: o si trattava di un Custode o di qualcuno che ne aveva indossato i panni.

Quando il gruppetto decise di cambiare rotta e di dirigersi verso quello sconosciuto, il Custode misterioso si voltò e ridiscese il crinale opposto, scomparendo dalla loro vista. Cominciò così uno strano inseguimento: più il gruppo dei Custodi con le loro due guide si sforzavano di raggiungere il misterioso prete, questo li distanziava maggiormente, senza lasciare nessuna impronta sul terreno umido o nell'erba alta.

L'ultima volta che Rahec riuscì a scorgete l'uomo, questi scomparve all'interno di una piccola valle che si insinuava fra le strette e ripide Colline della Neve. Le Colline erano costituite da un piccolo massiccio roccioso, alto non più di 400/500 metri, ma molto esteso. Le sue pendici erano in vari punti molto ripide ed impervie, tanto da renderne assai difficoltosa, se non impossibile, la scalata. Non vi era segno di vegetazione, eccezion fatta di alcuni prati erbosi e grosse macchie di erica, cardi e altri piccoli arbusti. Il sentiero ove era scomparso il misterioso uomo serpeggiava in una piccola e stretta gola dalle pareti quasi verticali, e dopo poche decine di metri il terreno diveniva così accidentato e sassoso da impedire l'avanzata a cavallo. I Custodi dovettero procedere a piedi, mandando in avan scoperta Lancant ed il Prescelto Asiredus. Le due guide, infatti, erano molto nervose, ed in particolare Nalaghar, assai superstizioso, e si erano rifiutate di procedere aprendo loro la strada. Tradan, disgustato dal loro comportamento, vestì la sua pesante armatura, che sì lo impacciava anche nei più semplici movimenti, ma gli poteva offrire un'adeguata protezione: egli sosteneva che si stavano ficcando in una trappola, in un agguato teso da qualche brigante che aveva escogitato lo stratagemma del Custode misterioso per attirarli in quei luoghi. D'un tratto il sentiero venne avvolto da una fitta e soffocante bruma. Tutto era come coperto da uno strana ovatta bianca, che oltre ad impedire loro di vedere più in la di una quindicina di metri, avviluppava e smorzava qualunque rumore. Procedettero in quel surreale sentiero sino quando non giunsero in un piccolo slargo, come una sorta di piazzetta. Sulla loro destra stava ritto ed imponente un alto obelisco di pietra consumata dal tempo, mentre innanzi a loro il cammino era sbarrato da una solida muraglia di massicce assi di legno. Al centro dello slargo, accovacciati attorno ad un irreale pallido fuoco, stavano due uomini ammantati di bianco. Quando Asiredus si avvicinò loro, molto lentamente e con un certo timore, questi si levarono, rivelando le vesti di Custodi. La sorpresa fu grande allor quando i due misteriosi uomini si tolsero il cappuccio che copriva loro il volto: uno pareva pallido come la neve ed aveva il viso coperto da lunghi e profondi tagli, uno squarcio largo due dita gli correva sul collo. Ma da queste ferite non fuoriusciva nemmeno una goccia di sangue. L'altro era talmente magro che pareva essere ridotto a pelle e ossa, ma la sua pelle appariva come carbonizzata, arsa, bruciata... ma nessun odore di fumo o carni arse provenivano da esso.

Con voce sottile e rauca il nero parlò:

"Vi aspettavamo, Custodi. Era scritto che un giorno sareste tornati. L'Uno ha rotto i sigilli. L'Uno è senza controllo. L'Uno è pronto per purificare ogni anima. Egli ha passato ogni limite, ha infranto ogni imposizione, egli ha smarrito il lume che conduce alla Verità ed alla Salvezza."

Quando Tradan chiese chi fosse l'Uno, il nero rispose: "Egli era uno di noi, egli era noi. Il più piccolo ed il più umile come un lupo stava fra noi vestito da agnello. Il suo zelo lo ha corrotto e lo ha accecato. L'Uno non distingue più la Verità dalla Menzogna. Egli vive solo della sua Verità."

I Custodi si guardarono stupiti ed impauriti... Chi erano costoro che li ammonivano in quel modo?

"Mostrateci le vostre mani..." chiese nuovamente Tradan.

Sul dorso delle loro mani, i Chierici videro due dei marchi dei sei eretici. Il nero recava impresse le onde del mare, mentre il pallido silenzioso aveva il sole e la luna. Asiredus ripensò alle parole del suo Maestro: gli uomini che recavano il simbolo della freccia incoccata, della spada e della scala erano periti trecento anni or sono. Innanzi a loro stavano due sconosciuti dall'orribile aspetto che portavano su loro dorsi altri due segni... mancava solo il lupo piangente...

Ma in verità, chi erano questi due misteriosi uomini? Erano degli accoliti che avevano perseverato nell'eresia dei loro maestri oppure erano due spettri? Solo i grandi Edain dei tempi antichi avrebbero potuto vivere così a lungo... e quelle raccapriccianti ferite... nessuno di loro riusciva a trovare una giustificazione plausibile a ciò che stavano vedendo.

"Voi dovete fermare l'Uno. Solo una fede pura e forte potrà arrestarlo. Oltre questo muro risiede l'Uno, ammantato della sua superba Verità. Cercatelo nel Cuore."

Quando ebbero terminato di parlare le due figure ed il pallido fuoco svanirono nella nebbia, lasciando i Custodi con le loro domande e con i loro timori.

Quando Flaugis potè avanzare notò la solidità della barriera lignea: era molto vecchia ma assai resistente. I contrafforti erano ben piantati nel terreno, ed erano posizionati sul lato verso di loro.

"...è come se fosse stata costruita per impedire a qualcuno di lasciare questo luogo..." sussurrò il Custore.

"Qualcuno o qualcosa...!" sibilò tremante. Quando i monaci si volsero verso le due guide, videro l'uomo del grande nord che stringeva nelle mani amuleti contro gli spiriti maligni.

 

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Quando rimasero soli, i Custodi esaminarono accuratamente l'obelisco: sui quattro lati erano incisi alcuni caratteri, forse addirittura delle frasi in alto elfico. Purtroppo il tempo e le intemperie avevano quasi del tutto cancellato le parole. Tutto quello che riuscirono ad intuire i monaci è che doveva trattarsi di un a sorta di monumento funebre a ricordo di un importante Eldar perito in seguito alle ferite riportate nella "Battaglie delle Innumerevoli Lacrime". Indecisi su cosa fare, Lancant e Narhain si offrirono di scalare la palizzata per esplorare i dintorno oltre la barriera. La palizzata era alta e solida, e per scalarla dovettero usare funi e rampini. Una volta scesi dall'altra parte si trovarono innanzi ad uno spettacolo pauroso. La nebbia, ancor più fitta e densa, nascondeva alla vista di un osservatore distratto ciò che invece notarono i due Custodi: sparpagliati nello slargo giacevano gli scheletri di almeno una ventina di uomini. Erano stati fatti a pezzi ed abbandonati... Ad un rapido esame le ossa parevano tagliate di netto da una lama affilatissima... Dovevano essere li da almeno un centinaio d'anni... Il lato interno della palizzata, poi, presentava innumerevoli graffi e scalfitture... macchie di sangue secco ovunque... Improvvisamente un rumore di sassi smossi innanzi ai due monaci! Lancant fu preso dal panico e si arrampicò sulla fune, ritornando fra i suoi confratelli. L'elfo rimase al suo posto, con una freccia incoccata e la corda tesa. Nessun altro rumore si udì... nulla uscì dalla nebbia.

Quando anche Narhain fece ritorno, fu deciso che, per la gioia delle due guide, che solo l'elfo e Asiredus sarebbero rimasti fra le Colline della Neve, mentre tutti gli altri sarebbero tornati al maso per lasciare le cavalcature al sicuro e per poi far ritorno ai due Guardiani. Asiredus e Narhain montarono un piccolo campo, accesero un fuoco e salutarono il resto del gruppo quando ormai il plumbeo cielo nebbioso stava diventando scuro.

Le guide accesero delle torce e portarono il resto dei Custodi nello stretto passaggio fra le colline. Camminarono per circa due ore, fra la nebbia e l'oscurità... A Rahec pareva d'averci messo assai mento tempo a percorrere lo stesso sentiero all'andata... ed improvvisamente scorsero un bagliore nel denso buio innanzi a loro. Con enorme stupore, quando uscirono dal sentiero, si ritrovarono innanzi Narhain che chiedeva loro cosa avessero dimenticato per tornare indietro dopo soli cinque minuti dalla partenza. In vago ma palpabile stato di inquietudine calò su tutti... Nalaghar si chiuse in uno nervoso mutismo... Rahec era sicuro d'aver percorso il sentiero in linea retta, eccezion fatta per qualche curva... ma non avevano incontrato nessuna deviazione, non avevano preso nessun altro sentiero... come diavolo erano tornati al punto di partenza? E perchè i due rimasti all'obelisco sostenevano che erano passati solo pochi minuti quando loro avevano camminato per quasi due ore?

Rahec affidò i cavalli al suo impaurito compagno e disse ai monaci che voleva vederci chiaro in questa faccenda! Prese un altra torcia e si inoltrò da solo sul sentiero. Quando fu inghiottito dalla nebbia e dal buio si ritrovò circondato da strani ed inquietanti rumori e calpestii... Udiva voce che gli sussurravano terribili parole... mani che lo ghermivano o che lo accarezzavano... ma era sempre solo nel passaggio fra le colline! Ovunque puntasse la fiaccola illuminava solo nebbia e roccia... fino a ché non riuscì più a federe la pareti rocciose delle colline... la luce della fiaccola fu inghiottita dalle tenebre e la sua mano incontrò la liscia prete di un muro... larghe pietre levigate... anche sotto i suoi piedi... oltre le sue spalle udiva strazianti lamenti e quella terribile voce che gli martellava il cervello. Quando iniziò a correre si ritrovò nuovamente fra i suoi compagni di viaggio...! Riprovò e riprovò, ma Rahec non riusciva ad allontanasi dalla piazzola. Incredibili ed inquietanti visioni e rumori lo circondavano ogni volta che si addentrava nel passaggio. Vollero provare anche Asiredus e Narhain, ed anche loro vennero inghiottiti da un'impenetrabile oscurità. Presto si trovarono a camminare in quel che sembrava il gretto di un fiume. I loro piedi erano all'asciutto, ma se con la mano volevano toccare terreno... la immergevano in gelide acque! Un sinistro sciabordio giunse dalle loro spalle... ma da quella direzione non sopraggiunse nulla... Poi iniziarono le voci, ma poté udirle solo l'elfo, e quelle voci non gli piacquero. Improvvisamente nell'oscurità scorsero due scintillii... Occhi... Occhi famelici... orribilmente enormi... Un agghiacciante ringhio proruppe dalle tenebre. Il terreno tremò quando la creatura iniziò a correre nella loro direzione. I due, colti dal panico iniziarono a correre e sbucarono della piazzola dell'obelisco!

 

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Non sapendo più cosa pensare, decisero di attendere il nuovo giorno, che si annunciò con un semplice chiarore diffuso nel cielo. Fecero un ultimo tentativo di abbandonare la valle tornando sui loro passi, ma anche questa volta fallirono.

Non rimaneva loro che una sola strada: oltre la barriera. Tutti d'accordo, eccetto il solo Tradan, presero dalle loro cavalcature tutto ciò che poterono, quindi uno alla volta, aiutati da funi e rampini, scavalcarono la palizzata e proseguirono oltre. Fratello Tradan si era intestardito a non abbandonare i cavalli ed il suo mulo, quindi riprese nuovamente la via che li aveva condotti li.

Oltre la barriera di legno, i Custodi e le guide ritrovarono le ossa e la nebbia che avevano già veduto il giorno prima. Fra la bruma si intravedeva un piccolo passaggio nella roccia: era una fenditura, una sorta di strettissima gola fra due ripide pareti... per proseguire dovettero procedere avanzando di lato! Le guide, poi, dovettero persino togliersi i grossi e voluminosi zaini delle dalle spalle. Quando uscirono dal budello si trovarono innanzi ad un profondo crepaccio. Era un burrone così alto che il fondo rimaneva avvolto dalla nebbia. Un vecchio ponte di legno e metallo arrugginito si estendeva per una quindicina di metri sul baratro. Oltre la via proseguiva fra le pareti di roccia. Il canalone era sferzato da un gelido vento che aveva dissipato la nebbia, ma in compenso il vento portava neve. Con sospetto e timore passarono il ponte, e solo quando furono al riparo dal vento nell'alto corridoio si accorsero che la neve che stava cadendo ovunque era in realtà cenere! Ovunque guardassero tutto era ricoperto da un pesante strato di cenere. Dopo un buon tratto di sentiero, questa volta più agevole, i Custodi si affacciarono su di un'enorme vallata. Era stupefacente l'ampiezza della valle che si estendeva innanzi a loro. Quando si erano avvicinati alle Colline della Neve, arrivando dai pascoli, non si sarebbero mai aspettati di trovare una valle simile. Chilometri e chilometri di diametro... Tutto questo non era possibile! Era irrazionale... Ma forse, in quel luogo una oscura forza aveva mutato i limiti della fisica e della realtà. Quando si ebbero ripresi da quella spettacolare vista, l'elfo indicò loro quello che doveva essere un borgo che sorgeva nella valle, proprio ai piedi delle colline. Anche qui tutto era grigio e muto. La cenere aveva ricoperto ogni cosa, da una scheletrica foresta morta alle case della cittadina. Era per loro impossibile stabilire se fosse abitato o no. Quasi al centro della valle, infine, scorsero una gigantesca e sinistra voragine nel terreno. A quel punto, Flaugis si rivolse a tutto il gruppo: lui sarebbe tornato indietro a verificare cosa era accaduto a Tradan. Se fosse ancora in vita o se fosse riuscito ad abbandonare le colline. Loro dovevano attenderlo in quel punto per circa due ore, poi sarebbero stati liberi di proseguire oltre. Rapido e veloce, il monaco raggiunse la palizzata e vi ritrovò Fratello Tradant che con l'olio di tutte le fiasche rimaste sui cavalli aveva appiccato il fuoco ad un particolare punto della barriera. Lavorando con accuratezza, il monaco era riuscito a carbonizzare prima e ad aprire poi una fenditura nella palizzata. Quando riuscì ad vincere le ultime resistenze della barriera, un gelido ed innaturale vento proruppe dallo squarcio ed investì Tradan ed i cavalli: quello di Rahec si imbizzarrì e fuggi nel sentiero, dove non riapparve più ma si udì un agghiacciante nitrito di terrore. Quel vento, confessò Tradan a Flaugis, non era l'unico orrore di cui era stato testimone: mentre lavorava per aprire un foro nella palizzata, questa aveva sanguinato copiosi e densi fiotti di sangue!

 

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Quando il vento cessò, Tradan riuscì a portare oltre i cavalli. In quel mentre, strane macchie nere cominciarono a formarsi sull'obelisco, come una specie di rampicante... Queste macchie erano strane, parevano vive... come se pulsassero... poi improvvisamente cominciarono a contrarsi e in breve tempo frantumarono l'obelisco!

I due monaci lasciarono lo spiazzo e raggiunsero il nuovo corridoio fra le colline. Qui, il cocciuto Tradan fu costretto ad arrendersi: i cavalli non sarebbero mai passati in quella strettoia. I custodi si caricarono sulle spalle tutto quello che potevano trasportare, e di buona lena si addentrarono nel passaggio. Lo percorsero senza ulteriori intoppi, giungendo al ponte sul baratro. Con cautela, uno alla volta, i due uomini raggiunsero l'altra sponda, dove si sorpresero ed inquietarono per la strana neve che scendeva dal plumbeo cielo. Quando arrivarono alla scarpata sulla valle, intravidero anche loro la voragine ed il borgo diroccato, ma dei loro amici solo alcune tracce lasciate sul manto di cenere. Improvvisamente Flaugis individuò sinistre impronte posteriori a quelle lasciate dai loro compagni: qualch'uno che trascinava goffamente i piedi li stava seguendo. Non vi era un minuto da perdere, dovevano raggiungere i loro confratelli.

 

Nel frattempo, gli altri, guidati dall'elfo e da fratel Lancant erano avanzati parecchio, percorrendo sul sentiero che costeggiava la scarpata. La cenere che nevicava consentiva loro una visuale nitida di non più di 100 metri, e quando individuarono un muretto a secco che impediva loro il cammino, i due in avanguardia fecero arrestare il gruppo. Cautamente si avvicinarono al muro. Costruito ammassando ed incastrando sassi e pietre, era alto poco più di dieci piedi e bloccava completamente il sentiero. Con l'aiuto di Lancant, Narhain si sporse dal burrone per spiare oltre. Accovacciato a pochi piedi dal muro stava un uomo ammantato di nero, quasi ricoperto di cenere. Era immobile e silenzioso. Che fosse morto? pensò l'elfo...

Con segnali convenuti, i due dissero al resto del gruppo di avvicinarsi silenziosamente. Quando tutti furono riuniti, Narhain si arrampicò sul muro e rimase sorpreso di non trovare assolutamente nulla dall'altra parte. Del misterioso uomo non vi erano nemmeno le tracce nel manto di cenere! L'elfo si mise a cavalcioni sul muretto, pronto per aiutare i suoi compagni a scavalcare in sicurezza l'ostacolo. Narhain non aveva ancora terminato di parlare con i suoi confratelli quando due gelide mani gli afferrarono una gamba e lo trascinarono a terra. Gli stupefatti compagni lo videro piombare oltre il muro e cominciare ad urlare selvaggiamente. Rapido, Nalaghar si arrampicò a sua volta sul muretto e vide uno spettacolo terrorizzante. L'elfo stava lottando con un mostro! Si trattava di una specie di essere umano... o meglio di quel che restava di un essere umano... la pelle emaciata e martoriata, gli occhi vitrei ed incassati... era un cadavere! Un morto che viveva ancora! Gli erano cresciuti artigli sulle mani e la bocca era una selva di terribili fauci appuntite. Sbavava ed emetteva rochi gemiti mentre lottava con Narhain. Tentava in tutti i modi di dilaniarne il corpo o il viso, e la sua forza era grande, tanto che l'elfo riusciva solo a difendersi a stento. La guida reagì istintivamente estraendo il suo pugnale da lancio, si apprestò a scagliare quando si accorse che anche Lancant e Phynum si erano arrampicati. Il muretto emise un rumore poco rassicurante... dei ciottoli rotolarono a terra... e tutta la struttura, sotto il peso di tre uomini, crollò travolgendo il mostro e l'elfo. Phynum e Nalaghar si rialzarono un po' intontiti ma sani, mentre Lancant urlava tenendosi le mani sul viso: fra le dita colava un intenso e copioso fiotto di sangue. Il Custode gridava di dolore .<Il nafo... il mio nafo...!>

I gemiti dell'elfo fecero riattirarono l'attenzione dei due uomini. Il mostro, semisepolto dalle pietre, aveva schiacciato a terra Narhain, e tentava di azzannarlo al collo. Ci vollero molte potenti pugnalate da parte di Nalaghar nella schiena del mostro affinchè la creatura giacesse immobile. Un nero e denso liquido fuoriusciva dalle ferite del mostro, e quando colarono sulla pelle dell'elfo la bruciarono come se fosse acido!

Quando, infine, riuscirono a liberare l'elfo e a soccorrere Nalaghar, Asiredus si accostò alla creatura e l'esaminò. Dopo qualche minuto sentenziò:

<Si tratta di un uomo... un uomo come noi... morto... morto da svariati anni ma riportato in vita da qualche oscuro potere. Grande è il male che alberga fra queste colline...>

 

Poco dopo Flaugis e Tradan raggiunsero il gruppo che si era fermato a riposare.

 

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Scossi per l'accaduto, monaci e guide ripresero il loro cammino, avanzando su uno spettrale e monotono sentiero. La visibilità stava diminuendo e l'aria pareva essersi fatta più pesante. La cenere cadeva opprimente e ricopriva ogni cosa. Guardinghi e pronti a nuovi incontri, i due apripista avvistarono ben presto due strane figure avanzare lungo il sentiero. Barcollavano e procedevano a stento, ma quando furono abbastanza vicine si rivelarono essere altre due carcasse umane rianimate. I Custodi si prepararono a combattere: l'elfo e Pynum incoccarono le loro frecce, ma quando un'improvvisa folata di vento alzò una coltre di cenere, le due figure scomparvero nel nulla. Tutti erano stupiti ed allarmati: nervosamente si guardavano attorno cercando di scorgere dove fossero finiti i due morti viventi, ma dei due esseri non vi era traccia. Proprio quando decisero di rimettersi in marcia, i due mostri sbucarono dal nulla ed assalirono i monaci. Tradan, che non aveva ancora abbassato la sua guardia, si scagliò contro il più vicino, ed urlando invocazioni a Tulkas gli assestò una serie di potenti colpi di mazza, sino a che il corpo maciullato non rimase immobile a terra. La seconda creatura, invece, si gettò su Flaugis, emettendo roche e terrificanti grida. Il Custode fu sorpreso da quell'assalto, tanto che in un primo momento il mostro riuscì a colpirlo al fianco. Gli artigli della creatura fecero a pezzi e a brandelli il corpetto di cuoio del monaco, che armato di spada dovette faticare non poco ad abbattere il mostro.

Ormai si attendevano una nuova aggressione da un momento all'altro, quindi ripresero il cammino brandendo le armi. Ma fortunatamente la loro marcia ripiombò presto nella monotonia di prima... ovunque guardassero vedevano solo sassi, cenere ed un innaturale cielo grigio chiaro. Proseguirono per chissà quanto tempo, sino a quando non trovarono la fine del sentiero, che deviava bruscamente nella scoscesa pietraia, tramutandosi in una scalinata di travi e sassi. Mentre scendevano lungo questa scalinata, poterono udire chiaramente il rintocco di una stonata campana risuonare una trentina di volte. Il suono giungeva proprio dalla direzione in cui loro stavano procedendo. La discesa parve infinita, ma il portò molto più in basso, sino all'imbocco di un piccolo viottolo sterrato. Alla fine della stradina i monaci trovarono le mura di pietra del borgo. Il portone giaceva a terra divelto... ovunque pareva tutto diroccato e fatiscente. Le case erano abbandonate e le pietre con cui erano state costruite erano ricoperte da un secco strato di muschio. Sorprendentemente la cenere cadeva con meno intensità sul borgo, tanto da potergli permettere di proseguire con più agilità. Quando furono innanzi alla porta del borgo, il cielo cominciò ad oscurarsi progressivamente: nel giro di pochi minuti tutto sarebbe piombato in un'oscurità impenetrabile...

Asiredus indicò loro il cammino: <Proseguiamo lungo quella via, sembra essere la pia principale. Forse ci porterà al centro del borgo e li dovremmo trovare un tempio... Vorrei rifugiarmi in un luogo sacro. Questo buio mi inquieta.>

Si diressero, quindi, lungo la strada indicata dal Prescelto. Questa era abbastanza larga da permettere il passaggio di due carri affiancati, al contrario delle altre vie, stretti budelli che serpeggiavano fra le case di pietra.

 

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Durante tutto il tragitto l'oscurità si fece più intensa, quasi palpabile... tanto che le torce che i Custodi accesero poterono rischiarare pochissimo. Pareva che le tenebre si fossero animate e volessero inghiottire tutto. Improvvisamente udirono dietro di loro uno scalpiccio... rapidi passi che svanirono nel nulla. Tutti si irrigidirono... sembravano essere i passi di un bimbo di pochi anni che correva: rapidi e corti. Mentre si interrogavano e tentavano di scrutare nell'oscurità, udirono nuovamente i passi, provenire dalla direzione opposta, e poi a destra e poi a sinistra... tutt'intorno a loro. Sogghigni sinistri emersero dall'ovattato silenzio che li circondavano. Senza indugio il gruppo riprese ad avanzare con passo spedito, accorgendosi però di un inquietante cambiamento: le tenebre si stavano progressivamente rischiarando e tingendo di una tonalità rosso cupo. Erano visibili, ora, gli edifici che circondavano la piazza e la volta del cielo: grossi e scuri nuvoloni si rincorrevano e si contorcevano ad una velocità folle. Questo improvviso rischiararsi permetteva ai guardiani di vedere ciò che li stava seguendo: orribili piccole creature dalle lunghe braccia stavano ad una decina di metri da loro. Erano orrendi a vedersi, le fauci irte di denti acuminati, affilati artigli, ghigni beffardi... i loro corpi parevano essere fatti della stessa sostanza dell'oscurità. Monaci e guide cominciarono a correre, sempre nella speranza di trovare un tempio ove rifugiarsi, ma quando giunsero al centro della piazza si trovarono circondati dalle piccole creature. Sul selciato della piazza era disegnato, con quadrelli di sudicio marmo bianco, l'emblema dei sei Custodi eretici. Dapprima parevano intimorite dalle fiaccole dei Custodi, ma presto le ignorarono, stringendo la loro morsa. Quando tutto lasciava ormai supporre uno scontro all'ultimo sangue con quei piccoli mostri, un terrificante quanto roboante ruggito spaventò le creature, che corsero terrorizzate in ogni dove, per poi dileguarsi nell'oscurità.

<Qualunque cosa le abbia spaventate, - disse Flaugis - non l'attenderò certamente qui per ringraziarla!> e filarono tutti via verso la grande via che si apriva sul lato opposto della piazza da dove erano giunti. Solo Rahec si attardò un attimo, per recuperare la torcia che aveva scagliato in vano contro i mostriciattoli. Rialzandosi, la guida vide cosa aveva messo in fuga le piccole creature maligne: da una viuzza laterale stava giungendo nella piazza una creatura di puro incubo...! Era altra più di dieci piedi, il corpo massiccio e tozzo, le quattro zampe erano quattro enormi braccia umane... un muso terribile ed una bocca dalle proporzioni smisurate... al posto della coda si innalzava un altro corpo, dotato di piccole e rinsecchite braccia artigliate ed un volto orribile. La pelle lucida era percorsa da innumerevoli vene e protuberanza che si agitavano convulsamente, lasciando immaginare corpi umani che si contorcevano negli spasmi.

Rahec sentì il gelo nelle vene e la lingua incollarsi al palato. Urlando di terrore corse così forte che raggiunse e superò i suoi compagni. Si fermò solo quando raggiunse una delle porte diroccate del borgo e si trovò da solo nel nulla.

I monaci, vedendo terrorizzato Rahec, non si chiesero nemmeno cosa l'avesse spaventato e credendogli sulla fiducia cominciarono a correre anche loro. Tradan, rallentato dalla slitta che si era costruito con dei rami secchi per trasportare tutto quello che aveva potuto recuperare dai cavalli, era rimasto indietro. Narhain e Pynum decisero di attenderlo e di aiutarlo: il giovane novizio lo raggiunse, gli sfilò l'imbragatura e ne prese le cinghie.

<Questa la porto io, - gli disse - tu armati ed imbraccia lo scudo. Temo che presto la tua forza ci servirà!>

Ripresero a correre, ma Pynum venne trascinato a terra! Quell'orrendo mostro che aveva terrorizzato Rahec li aveva raggiunti, e con una delle sue mani-zampa, aveva afferrato la slitta, sbattendo a terra il povero Custode. Vincendo la paura e l'istinto di fuggire, Tradan sferrò un poderoso colpo di mazza all'enorme testa della creatura, staccandone un grosso pezzo. Un nero fiotto di sangue investì Pynum che si trovava proprio sotto il mostro che urlava per il dolore e la rabbia.

I tre custodi lasciarono tutto e fuggirono. Si ritrovarono tutti fuori dal borgo, dove si era fermato Rahec ansimante.

 

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Passarono interminabili momenti d'ansia, con i sensi all'erta, scrutando fra le ombre vermiglie... ma non videro nulla e non udirono nessun rumore... La stanchezza e la fame cominciarono a farsi sentire. Non potevano rimanere lì, all'aperto circondati dal sterminate lande di nulla... dovevano rientrare nel borgo e trovarsi un rifugio, delle solide pareti da frapporre alle terribili creature che si aggiravano nei bui vicoli del villaggio abbandonato. Si fecero animo e coraggio, e si incamminarono nuovamente verso il portale divelto. L'elfo ed il giovane Lancant si addentrarono di poche decine di metri, ed esplorarono una vecchia casa diroccata nei pressi della porta. Il pian terreno era costituito da tre locali spoglie e sporchi, mentre il piano superiore era crollato. Anticamente doveva trattarsi di una specie di mansarda, ma ora travi ed assi erano crollate devastando tutto. Si asserragliarono nella stanza più grande, barricarono l'entrata con i resti del tetto e non accesero nemmeno un piccolo fuoco per scaldarsi e mangiarono cibo crudo. Nahrain passò in veglia tutta la notte, nascosto fra le travi del tetto, sorvegliando le tetre vie dove sorgeva la vecchia casa, ma fortunatamente nulla turbò il loro riposo. Udirono solo un pianto di un bambino portato dal vento ed un lontano rauco verso gutturale... ma nulla di più. Fu quando giunse la lattiginosa alba, che tutto tinse nuovamente di cinereo pallore che Nahrain scorse per un attimo come il bagliore di un falò in direzione delle montagne da dove erano giunti... ma chi può dire esattamente che cosa vide o credette di vedere...?

Con la luce tornò anche una sottile ed impalpabile nevicata di cenere, ed armati di archi e spade, i Custodi iniziarono a percorrere la ritroso la grande via che avevano imboccato correndo la notte prima. Giunsero nella grande piazza e finalmente la poterono vedere nella sua interezza: aveva una forma quasi ovale e le case che vi si affacciavano erano tutte in rovina. Una grande torre, alta più di quindici metri, troneggiava su di loro. Questa era stata costruita fra le abitazioni e faceva parte integrante dei lati della piazza. Due vie principali e quattro viuzze laterali erano gli accessi sagrato. La torre, sebbene in rovina, aveva una porta assai robusta e presentò non pochi problemi forzarla. Quando furono all'interno si trovarono innanzi ad una scalinata che conduceva direttamente in una grande stanza dalle pareti ricoperte da pannelli di legno e diversi scranni. Uno, più grande degli altri doveva essere usato dal borgomastro o dal signore locale durante le udienze. Anche se la stanza appariva a prima imponente, era assai semplice e priva di decorazioni. Le torce dei Custodi illuminarono tutti i pannelli, sino a quando Lancant non trovò un piccolo passaggio nascosto dietro uno di essi, che si affacciava su di un vestibolo. Ad una parete erano appesi vecchie e consunte mantelle nere, con inquietanti cappucci del medesimo colore. Chi indossava questo mantello ne era completamente nascosto, anche il volto era celato dal cappuccio. Uno dei mantelli, uno solo, aveva dei piccoli cordoni dorati all'altezza del collo. Una scala a pioli portava dal vestibolo al piano superiore. Qui trovarono un archivio pieno zeppo di vecchissime pergamene, registri e tomi consumati dal tempo e dai tarli. Maneggiando incautamente alcune pergamene, i Custodi le sbriciolarono irrimediabilmente. Asiredus esaminò i dorsi di alcuni volumi: si trattava di registri e cronache del borgo risalenti dal 369 delle T.E. e si concludevano nel 557. Proprio quando il Prescelto si accingeva a prendere uno dei tomi, uno sinistro rumore provenne dal piano superiore della torre. I pavimenti erano fatti di assi e travi, perciò ogni movimento poteva essere udito senza troppe difficoltà, ed il gruppo udì dei piccoli e rapidi passi provenire proprio da sopra le loro teste. In un angolo dell'archivio giaceva a terra un'altra scala a pioli e Tradan la stava sollevando per posizionarla sotto una botola sul soffitto.

Mentre tutto ciò accadeva, Phynum, rimasto di guardia alla porta d'accesso alla torre, scorse dei rapidi e fugaci movimenti fra le case abbandonate che sorgevano a ridosso della piazza.

 

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La stanza superiore si rivelò quel che rimaneva dell'ultimo piano della torre: un cumulo di macerie! Travi ed assi portanti avevano ceduto da anni, facendo crollare le mura ed il tetto. L'elfo, rimanendo sempre sulla scala, spiava timoroso dalla botola, ma non vide nulla aggirarsi o nascondersi fra le macerie.

Quando però tornò fra i suoi confratelli, i corti e veloci passi furtivi ripresero.

Anche Phynum, rimasto di guardia all'entrata non riusciva più a scorgere nulla: chiunque o qualunque cosa avesse visto prima, ora era svanita.

 

I Custodi e le guide, mentre Asiredus era immerso nella lettura di un antico quanto fragile volume sugli ultimi anni del borgo, ispezionarono ogni anfratto sia della biblioteca che della sala degli scranni. Tutto ciò che trovarono di utile, fu un'antica mappa della zona e un cofanetto di legno foderato di raso con due grosse e pesanti chiavi.

La mappa, sbiadita e corrosa, rappresentava la zona circostante al borgo e le colline che lo circondavano. Purtroppo molti punti erano consumati, e l'inchiostro rosso usato per le scritte era talmente rovinato da rendere i nomi illeggibili. Sul fianco di due colline, però, erano identificabili due strane costruzioni, due torri.

Il cofanetto, invece, era ancora in buono stato, non così il raso e l'imbottitura interna. Le chiavi che conteneva erano annerite dal tempo e dalla ruggine, ma ad una primo esame di Flaugis si rivelarono ancora in grado di aprire con facilità la loro serrature, a patto che esse siano ancora in buono stato. Le due chiavi, continuò il monaco, erano certamente di due serrature montate so su dei portoni o dei grossi lucchetti di forzieri.

 

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Sfogliando vecchie e fragili pagine, Aseredus, aiutato da fratel Lancant, passò diverse ore al leggere annuari e registri del borgomastro. Di tanto in tanto un foglio si sbriciolava fra le loro mani, ma incominciavano a trovare interessanti riferimenti ad alcuni monaci giunti nella valle circa 300 anni fa.

Nessuno sapeva di donde venissero quei tre monaci, ma tutti nel borgo li accolsero benevolmente. I tre iniziarono a celebrare riti in onore dei Signori dell'Ovest, affinchè recassero loro consiglio e protezione sugli abitanti di Dunsburg. Col passare degli anni, ai tre Custodi, di cui Aseredun non riuscì a trovare i nomi, venne eretto un piccolo tempio fuori dalle mura del borgo. Stranamente i monaci iniziarono ad interessarsi all'"Abisso", probabilmente l'enorme voragine che avevano scorto percorrendo l'alta via sulle colline, sentenziò Falugis. In breve i rapporti fra i tre monaci e la popolazione di Dunsburg si incrinarono. Il borgomastro, o chi annotava per lui tali eventi sul registro, non fu molto chiaro in tal proposito, accennando ad inquietanti sermoni e credenze distorte che i tre predicavano. Una piccola parte degli abitanti si professò credente nella "nuova fede", mentre la maggioranza prese in astio i sacerdoti. Qui le pagine e le scritte iniziavano a deteriorarsi, ma per Aseredus fu facile proseguire nella lettura. La nuova setta abbandonò il borgo per riturarsi su una non ben precisata torre sulle colline... Forse una delle torri disegnate sulla pergamena, suggerì Rahec. Il tempio venne bruciato ed alcuni abitanti di Dunsburg sparirono misteriosamente senza lasciar traccia alcuna. Verso la fine del libro veniva annotato che due dei monaci si erano recati all'Abisso e ne erano discesi all'interno, mentre la "Guida" era rimasta alla torre. Le cronache terminavano con quell'appunto e sarebbero sicuramente riprese sul volume successivo. Peccato che proprio quel tomo fosse quello andato in briciole da Lancant poco prima. Una cosa fece notare a tutti Aseredus: l'arrivo dei monaci era datato circa 300 anni prima, mentre l'ultimo accenno alle loro attività era vecchio di 150 anni. O quei tre monaci erano di purissima stirpe Edain, che godeva di una lunga vita, oppure si trattava di accoliti o loro seguaci che ne avevano preso il posto una volta che i tre erano morti. Rahec e Nalaghar si scambiarono occhiate preoccupate.

Prima di lasciar la torre per ispezionare i resti del tempio e recarsi all'Abisso, Narhain volle nuovamente salire al piano superiore: era incuriosito ed infastidito da quegli strani rumori che provenivano da sopra. Seguito da Flaugis, l'elfo salì nuovamente la fragile scala a pioli. Questa volta, però, ebbero più... fortuna. Aprendo la botola schiacciarono una strana e repellente creatura: aveva l'aspetto di un topo molto grosso, quasi le dimensioni di un bracco, con una muso e le zanne simile ad un cinghiale. Fra le setole del dorso spuntavano lunghi ed acuminati aculei che rimasero conficcati nella botola di legno. Presto i due custodi si trovarono circondati da quegli orrendi esseri: quattro erano spuntati da sotto le macerie mentre due stavano camminando sulle pareti ancora in piedi della stanza... e non avevano un aria rassicurante. Dapprima i due monaci pensarono di affrontarli con le loro spade, ma poi convennero che era meglio darsela a gambe. Quando richiusero la botola sentirono i grossi toponi grattare furiosamente il legno. Timorosi che quelle creature potessero raggiungere la biblioteca passando sulle pareti esterne della torre, tutti si affrettarono a ridiscendere e ad uscire dalla torre.

Quando si ritrovarono tutti nella piazza decisero che era venuto il momento di recarsi all'Abisso e di cercare i resti del tempio. Si incamminarono lungo le deprimenti vie del borgo, superando vecchi edifici diroccati e crollati. Giunti all'esterno delle mura, la cenere pareva nevicare più intensamente. Procedettero seguendo le indicazioni di Lancant che sosteneva di sapere dove dirigersi per raggiungere la voragine. Dopo pochi metri persero di vista le mura del borgo e si ritrovarono circondati dal biancore lattiginoso che tutto avvolgeva. Improvvisamente udirono una campana che suonava nervosamente: cinque rintocchi furiosi, poi il silenzio. Il suono proveniva da un punto innanzi a loro non troppo distante, ed  i monaci iniziarono a correre in quella direzione. Forse avrebbero finalmente incontrato qualcuno che poteva svelar loro i misteri di quella valle. Lancant, ad un certo punto, cadde faccia in avanti: aveva inciampato in una piccola buca scavata nel terreno ricoperto dalla cenere. Solo ora si accorsero che di quelle buche ve ne erano diverse tutte attorno a loro, ed in alcune di esse rinvennero anche rozzi attrezzi da scavo, quali piccole pale e palette di legno. Trovarono poco distante una torre di legno con una scala ed una vecchia campana che ancora oscillava, ma nessuno nei paraggi. Scorsero delle orme fra la cenere, e le seguirono. Qualche istante dopo emersero dalla nebbia cinque figure vestite di stracci e cenci, con bende e cappucci che lasciavano loro scoperta solo un piccolo pembo di volto: gli occhi dall'iride bianco e dallo sguardo maligno. I cinque, immobili come statue di marmo, brandivano lunghe picche dalla punta indurita dal fuoco o con una cuspide di pietra scalpellata.

 

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Lunghi attimi di tensione. I due gruppi si fronteggiavano armi in pugno. Solo le due guide dei monaci parevano essere sul punto di fuggire... Lancant iniziò a salmodiare una vecchia formula in grado di scacciare creature morte rianimate dalla negromanzia... Fortunatamente per i Custodi, essi non si trovavano di fronte ad un gruppo di cadaveri stregati: erano uomini. Questi minacciarono i monaci, accusandoli di essere adepti delle "cappe bianche", servitori dei maledetti preti che avevano distrutto il borgo. Ci volle tutta la diplomazia che sconoscevano per riuscire a convincerli della loro buona fede: dovettero addirittura affrontare una trappola! L'uomo che parlava per i locali chiese seccamente di sacrificare una delle guide, Nalagahar, in modo che il suo sangue suggellasse le loro affermazioni. Al fermo rifiuto dei monaci e all'imminente scontro che ne stava per nascere, Bardur, questo era il suo nome, disse che lo avevano convinto e che potevano seguirlo fino alle "Tane".

I monaci seguirono i locali lungo uno stretto sentiero che si inerpicava sulle colline, fra pendii ghiaiosi ed antichi residui morenici. Camminarono per svariato tempo, fra la nebbia e la cenere, sino quando raggiunsero una parete rocciosa ove erano state scavate molte grotte. Qui viveva una nutrita comunità di uomini, in uno stato quasi barbaro. Tutti vestivano di stracci e vecchi abiti rattoppati, le loro case erano cunicoli, grotte e gallerie scavate nella roccia, ponti di corda e legno, scale a pioli e funi collegavano i vari antri che si affacciavano su di una grossa caverna centrale. Ovunque regnava un fetore di sporco e sudiciume, l'aria era resa acre dai fuochi accesi per illuminare le grotte. Di tanto in tanto si poteva sentire una zaffata di verdure e carne stufata. Tutti gli abitanti, uomini, donne e bambini, avevano la pelle di un pallore cadaverico, l'iride degli occhi bianco ed i capelli canuti.

<Sono quasi due secoli che non vedono il sole, e chissà a quali stregonerie hanno dovuto sopportare...> bisbigliò Aseredus.

Furono accompagnati dagli anziani della comunità, che li interrogarono sul perchè della loro venuta. Quando i monaci raccontarono con sincerità la motivazione che li aveva spinti sino alle Colline delle Neve, fu la volta di Vascomas, il più anziano, di raccontare la loro triste storia. Come avevano già potuto intuire dalle letture delle cronache cittadine, i tre monaci eretici si erano rifugiati in quel borgo circa 300 anni fa. Dapprima si erano mostrati dei Custodi devoti e pii, ma ben presto le cose mutarono, iniziarono ad interessarsi all'Abisso, la grande voragine che gli abitanti della valle avevano scoperto durante gli scavi di gallerie per l'estrazione del ferro e di diamanti, ed incominciarono a predicare contro il ricordo dei Valar. <Sostenevano - disse Vascomas - che l'unica vera divinità era l'Io interiore, l'uomo stesso, o qualche cosa del genere. I Valar non erano degni di essere venerati e ricordati: essi ci avevano abbandonati al nostro destino dopo aver avvelenato Arda con le loro passioni e bramosie: tanto era colpevole Melkor il Distruttore tanto erano colpevoli i Signori dell'Ovest.>

Molti degli abitanti si convertirono al loro credo, ma altri resistettero e li scacciarono. Ma qui il racconto di Vascomas iniziava ad essere nebuloso e misterioso: disse che dalle miniere dell'Abisso sorsero immonde creature, che gli abitanti del borgo sparivano misteriosamente per poi riapparire come morti rianimati. Grande era dunque la pena per chi combatteva dover affrontare un parente o un amico che era ritornato dalla morte... Fu così che abbandonarono il borgo per rifugiarsi sulle montagne, che offrivano loro un terreno facilmente difendibile. La valle fu sigillata dai poteri della Guida, il monaco più potente dei tre, e nessuno poteva più lasciare la valle. Il cielo si coprì di nubi che vomitavano cenere ed una mefitica nebbia avvolse tutto.

Il vecchio accennò anche alle torri sulle colline, vecchi ruderi dei tempi antichi, dove probabilmente i monaci si trasferirono dopo aver bruciato il tempio eretto fuori le mura del borgo.

Alla richiesta di Tradan di chi poteva accompagnarli all'Abisso, gli anziani risposero: <Nessuno di noi vuole rischiare la vita così stupidamente. Chi vi si avventura va incontro ad una morte certa per poi ritornare come cadavere che cammina. No, nessuno di noi è così folle... o quasi...>

Gli anziani fecero allora chiamare una giovinetta magrolina e dai lunghi capelli bianchi. Il viso era sporco e gli abiti sudici, la i bianchi occhi erano vispi e temerari.

<Tavra è la guida che fà per voi!>

 

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La ragazzina si presentò come una piccola scavezzacollo, irrispettosa dell'autorità degli anziani ed un po' spaccona. Dichiarò di essere scesa più volte nella voragine, arrampicandosi sulle vecchie impalcature usate dai minatori e di aver visto orrori capaci di far impazzire un uomo. Fratello Tradan la prese subito in antipatia, scernendola e spesso incalzandola con domande serrate, a cui spesso la ragazzina non era in grado di rispondere con sufficiente chiarezza. Il mattino seguente, aggregandosi ad un piccolo gruppo di raccoglitori, come venivano chiamate quelle persona che avevano il compito di scavare nella piana per cercare i tuberi da mangiare, Tavra condusse i monaci e le loro due guide sino all'Abisso. Le sue misure erano sconvolgenti: misurava oltre 1000 piedi di diametro e non se ne scorgeva il fondo. Sulle sue pareti erano state ancorate impalcature di legno e corde. Questi sostegni, che scendevano per perdersi nell'oscurità, erano usati in passato dai minatori che estraevano metalli e diamanti dalla cava. I monaci accesero due torce e chiesero a Tavra di far loro strada. La ragazza perse un po' della sua baldanza, ma si incamminò incerta lungo scricchiolanti assi ed insicure scale. Camminare su quelle vecchie assi di legno, assicurate solo da consumanti fasci di corde e travi conficcate nella roccia, non era certamente piacevole. L'unica protezione che disponevano era una fune che fungeva da corrimano e ringhiera... Nelle ruvide e fredde pareti della voragine, spesso si incontravano nicchie, pertugi e piccole gallerie. In alcune di esse era ancora possibile scorgere filoni di rame e ferro, e con un po' di fortuna anche il luccichio opaco dei diamanti grezzi. Scendendo nella silenzio più assoluto, attraversando traballanti ponteggi di collegamento fra un'impalcatura e l'altra, presto si accorsero che alcuni metri sotto di loro vi era qualcuno che si stava faticosamente arrampicando verso di loro. Sporgendosi con attenzione, Narhani e Tradan scorsero due morti rianimati, i ritornati, come li chiamavano gli esuli delle montagne, che stavano salendo lungo le scale di legno delle impalcature. Mentre tutti stavano confabulando su come affrontare quella minaccia oppure come fare per evitare di incontrarli, Rahec, non visto, afferrò una grossa pietra e la scagliò verso le assi che fungevano da ponteggio al di sotto della loro posizione. L'impatto fra il macigno e le assi fu assordante! la passerella di legno si spezzo ed il sasso cadde sul ballatoio sottostante, dove si trovavano i due esseri. Tutta l'impalcatura vibrò e gemette pericolosamente. Sorpresi da ciò che era accaduto, i monaci persero l'equilibrio e caddero bocconi o contro la parete rocciosa, procurandosi ematomi ed escoriazioni. Cadendo, a Flaugis sfuggì di mano la sua preziosa spada, sulla cui lama stava finendo di incidere potenti rune magiche. L'arma precipitò nel vuoto, perduta per sempre. Ormai scoperti, i monaci, inveendo contro la loro guida, decisero di affrontare i due mostri. Rapido e sicuro di se, l'elfo discese lungo la scala di legno che collegava i due piani dell'impalcatura, trovandosi così di fronte la prima delle due creature. Fra di loro il buco nella passerella causato dalla pietra scagliata da Rahec. Narhain, forte della sua lama elfica e dello scudo che imbracciava, calò un potente fendente sulle gambe del ritornato che crollò a terra, ma subito la seconda creatura lo incalzò, calpestando il suo compagno ed attraversando il buco. L'elfo menò un secondo fendente che staccò di netto la testa della creatura. Un nero fiotto di sangue acido proruppe dal collo reciso. Schizzando il suo veleno, il morto cadde riverso sul ballatoio. Alcune gocce investirono gli schinieri e le braghe di Narhain. Imprecando, l'elfo scavalcò il nemico abbattuto, ricoperto del suo stesso nero e denso sangue, e si accinse a strappare un pezzo degli indumenti del primo mostro per ripulirsi. Quella fatale noncuranza e sicurezza di sé venne pagata assai cara dall'elfo: il primo mostro giaceva a terra immobile, ma ancora vivo. Con un improvviso scatto afferrò il braccio di Narhain e lo strattonò. L'elfo sorpreso, cadde sbilanciato e la creatura gli afferrò il capo, colpendolo ripetutamente con volenti pugni e sbattendogli la testa sulle assi. Intervenne allora Tradan, che aveva seguito il suo confratello. Con un potete colpo della sua mazza sfondò la cassa toracica della creatura all'altezza delle scapole. In un attimo tutti i confratelli, le guide e Tavra raggiunsero i due guerrieri e prestarono le prime cure all'elfo. Narhain era ancora vivo, stordito e svenuto, salvato dal suo elmo, che ora era tutto ammaccato. Sulla fronte dell'eldar si era formato un nero e sanguinolento bozzo. Quando infine Narhain si fu ripreso, il gruppo si accinse a proseguire nella sua discesa, ma dall'alto giunsero i rantoli ed il rumore dei passi strascicati di altri ritornati. Tavra, che meglio dei monaci poteva vedere nelle tenebre scorse almeno altri cinque morti che stavano scendendo dalle impalcature superiori. Non volendo affrontare una simile minaccia su pericolanti passerelle e con uno dei loro compagni ancora intontito, i monaci decisero di scendere ulteriormente, cercando di farlo il più rapidamente possibile. Giunsero nei pressi di uno sperone roccioso, e per raggiungerlo dovettero passare un lungo ponte di corde. Ad ogni loro passo una delle assi cedeva o il cordame gemeva. Quando fu la volta di Nalaghar, le funi portanti cedettero di schianto, ed il povero ragazzo, rimasto aggrappato alle corde, venne issato a forza di braccia sullo sperone. Ancora sull'impalcatura rimasero l'elfo, Aseredus e Lancant. Non potevano affrontare un salto di oltre sette metri, en tanto meno scontrarsi contro si tanti avversari... la loro decisione fu prese all'istante: con dei coltelli recisero alcune delle corde che assicuravano una lunga asse ad un ballatoio e la calarono fra il ponteggio e lo sperone. Aseredus striscò come un verme per attraversare l'improvvisato ponte e giunse sano e salvo sullo sperone, indi fu la volte di Lancant, che adottò la stessa tecnica del confratello Prescelto. Nel frattempo, le creature erano giunte sul ballatoio ove si trovava Narhain che attendeva il suo turno. Sentitosi perso, l'elfo decise di attraversare comunque la passerella, anche se Lancant non era ancora giunto al sicuro dai suoi confratelli. Si sa che gli elfi hanno doti uniche che gli edain non posseggono, e Narhain non faceva eccezione: la sua corsa sull'asse fu leggera e sicura. Raggiunse Lancant in un attimo e lo scavalcò senza problemi e senza che l'asse vibrasse eccessivamente. Il suo passo fu talmente leggero che l'asse non si spezzò precipitandoli nel vuoto. Giunto che fu Lancant sullo sperone, rovesciarono la passerella bloccando i morti sull'impalcatura.

 

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Una volta al sicuro, tutto il gruppo proseguì seguendo lo sperone roccioso, su cui si apriva un sentiero che costeggiava il fianco dell'abisso. Anche qua, sulle pareti di roccia, si intravedevano nicchie, fori e cunicoli scavati dai minatori. Giunsero così alla fine del costone, che terminava in un nero strapiombo. Sull'argine del burrone si trovava una specie di gru o di impalcatura con una grossa carrucola. Una lunga catena era agganciata ad una cesta di metallo e di legno, che fungeva da elevatore: con questo sistema i minatori si calavano nelle profondità della miniera. Dopo aver esaminato la solidità dell'attrezzatura, coraggiosamente Tradan, Pynum e Nahrain si calarono fra le ombre. Ci volle la forza di altri quattro uomini per manovrare la catena, ma una volta messa in moto, la discesa si rivelò più facile del previsto. I tre monaci oscillavano nella cesta, e ben presto la torcia di Pynum non fu più in grado d'illuminare la parete rocciosa che si trovava alla loro destra: sotto lo sperone roccioso si apriva una voragine di ben più grandi proporzioni. Strane creature volanti, fatte di nera tenebra svolazzarono intorno alla cesta, quasi sbattendo contro l'impaurito Pynum. Dopo un'incalcolabile lasso di tempo, finalmente raggiunsero il fondo: solida roccia di una caverna gigantesca, dove non si scorgevano ne le pareti ne la volta. Molto più in alto, si intravedevano le flebili luci delle torce degli altri che non si erano ancora calati, e più in alto ancora il pallido disco ci cielo che indicava il bordo dell'abisso. Quando i tre monaci ispezionarono le immediate vicinanze del punto dove erano giunti, scoprirono che il pavimento era ricoperto da ossa umane frantumate e tagliate. Profonde incisioni si teschi e femori, clavicole e sterni facevano supporre che le vittime fossero state attaccate da delle bestie feroci. Fra i resti ossei, i monaci trovarono anche delle ossa appartenenti a delle creature sconosciute! A più riprese scesero anche gli altri componenti del gruppo, ma quando fu  la volta di Flaugis e Nalaghar, il fondo di legno del cesto si sfondò di schianto e per paura di essere travolti, i monaci che dal fondo trattenevano la catena abbandonarono i loro posti. Senza più nessuno che frenava la discesa, la cesta precipitò nel fuoto, con due occupanti che si reggevano avvinghiati alla balaustra di metallo. Si sarebbero certamente sfracellati al suolo se non fosse stato per la prontezza di riflessi di Rahec, che rimasto da solo sullo sperone incastrò un grosso pezzo di legno di una delle scale delle impalcature, fatta a pezzi poco prima per ottenere legna con cui accendere un fuoco, fra la catena e la carrucola. La catena si arrestò di botto e dal contraccolpo i due all'interno della cesta furono catapultati di sotto, precipitando al suolo da un'altezza di meno di un metro. Grazie all'intervento di Rahec, i due riportarono solo lussazioni, escoriazioni e una forte contusione all'anca per Nalaghar. Con molta difficiltà, infine, scese anche Rahec, che si reggeva alla catena seduto sul bordo della cesta.

Tutti riuniti sul fondo della voragine, ispezionarono il luogo, che si rivelò un grandissimo antro di forma vagamente circolare. Al suo centro si apriva una profonda fenditura che faceva presagire ulteriori profondità nascoste sotto i loro piedi. Da quella fenditura si alzava una leggera ma percettibile aria calda. Sinistri ed inquietanti lontani bagliori si potevano scorgere ad intervalli irregolari fra i bui recessi della crepa. Le ossa sul pavimento, però, non erano sparse ovunque, ma solo concentrate nella zona dove si trovava la carrucola per la risaluta ai livelli superiori. Li, i monaci trovarono una seconda fenditura nella roccia, ma questa si apriva non sul pavimento, ma bensì nella parete. Aseredus decise di accendere una lanterna, ma non aveva ancora terminato tale operazione che un sinistro suono fece gelare loro in sangue nelle vene: dalla spaccatura nella roccia proveniva il rumore di acciaio sfregato sulla viva roccia. Una fugace lama di luce illuminò un angusto passaggio ed una sfuggente figura che si dileguò emettendo un orribile risata. Rahec si piantò in mezzo all'apertura e scoccò quattro frecce in rapida successione. Non udirono più nulla.

 

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Con attenzione e circospezione, guidati da Rahec e Tradan, tutti percorsero il piccolo budello di pietra, che li condusse in un altro antro. Questa grotta doveva a vere delle proporzioni enormi, tanto che non se ne vedevano le pareti laterali ne la volta. Innanzi a loro, sul pavimento roccioso, si apriva un'altra voragine, forse collegata a quella che avevano trovato poco prima nell'altra grotta. Era larga una quarantina di metri ma non se ne vedeva ne la lunghezza ne si poteva scorgere il fondo. Dalle sue incredibili profondità si emanava una rossastra luminescenza ed una fetida aria tiepida. Questa luminescenza rivelò loro il profilo di uno stretto ponte di roccia che si estendeva da un costone all'altro. Potevano raggiungerlo facilmente: dovevano percorrere poche decine di passi alla loro sinistra, camminando su di un largo costone roccioso. Mentre si avvicinavano al ponte, la luminescenza rivelò loro anche un'altra cosa: innanzi al ponte se ne stava qualche cosa, immobile, come ad attenderli. Aveva una vaga forma umanoide, ma dalle misure sproporzionate: braccia e gambe erano assolutamente troppo lunghe per il magro busto, la testa affusolata e con una fronte che si innalzava come una cresta... era assai alto, quasi a passare i dieci piedi. In mano stringeva qualche cosa che scintillava... Quando furono a lui più vicini, si sorpresero ancora di più per le fattezze inumane di quell'essere. Era nudo, completamente asessuato, la sua pelle biancastra e screziata di rosso cupo... le fauci enormi, irte di piccolissimi ma acuminati denti, si aprivano da un lato all'latro del cranio e l'oggetto che impugnava era la spada runica persa di Flaugis. Quando il gruppo fu abbastanza vicino, Tradan e Narhain provarono a rivolgergli la parola, ma l'essere, dopo aver annusato l'aria disse una frase che essi non compresero. L'idioma non era loro del tutto sconosciuto, ma però risultava del tutto incomprensibile. Solo Flaugis lo capì: si trattava dell'antica favella degli elfi dell'ovest, il Quenya. Ma ciò che comprese il monaco gli fece accapponare la pelle. Si rivolse ai suoi compagni e rivelò loro quanto la creatura aveva detto: "E' molto che non sento l'odore dei Primi Nati!"

Detto questo, la creatura si scagliò contro il gruppo, cercando di afferrare Narhain. Il panico investì i monaci e le loro guide. La creatura attaccò l'elfo che non poté far altro che difendersi, impossibilitato a reagire ai colpi che l'essere gli portava con incredibile velocità. Le frecce che Rahec e Pynum gli scagliavano lo trafiggevano senza alcun danno apparente. Solo un potente colpo di maglio di Tradan, che si era portato alle spalle dell'essere, parve sortire qualche effetto: la creatura vacillò. Però, con una innaturale torsione del tronco, però, roteò su sé stessa e portò un micidiale fendente al monaco che era riuscito a colpirla. Tradan alzò istintivamente lo scudo e la lama del mostro cozzò sull'acciaio. La forza dell'urtò fece vacillare il monaco e quasi perse l'equilibrio.

 

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Solo la cooperazione di tutti fece si che il mostro non riuscisse ad ucciderli. Tradan continuò a colpirlo alle spalle, Rahec strisciò coraggiosamente al fianco dell'essere, facendo attenzione a non precipitare nel baratro, e con lo pugnalò con tutta la forza che aveva in corpo. Anche Narhain, approfittando dal fatto che il mostro ora si stava volgendo verso la guida, calò con violenza la sua lama. riuscendo a troncare di netto il braccio sinistro della creatura. Il mostro urlò, scagliò nel vuoto Rahec e poi perse l'equilibrio, precipitando nell'oscuro baratro. Quando tutti pesarono che la guida fosse ormai sfracellata su qualche roccia o in qualche buio canalone, lo sentirono invocare aiuto: era riuscito ad aggrapparsi ad uno spuntone di roccia a pochi piedi sotto il ciglio del burrone. Quando tutti furono riuniti assieme e fecero per muoversi verso il ponte... si ritrovarono, sbigottiti e sorpresi,all'uscita del cunicolo che avevano percorso poco prima. Nessuno di loro era ferito e i potenti colpi del mostro non avevano lasciato nessun segno sullo scudo dell'elfo.

"Questa è stregoneria... potente stregoneria..." disse meditabondo Aseredus. Sollecitato dai suoi confratelli, il prescelto espose loro le sue preoccupazioni: "Siamo stati vittime di un allucinazione, un miraggio... un sogno, se vi pare. Ciò che abbiamo visto e toccato con mano è stato indotto nelle nostre menti da un volere estraneo. Che io sappia, solo due creature posseggono tale forza... due demoni dei tempi antichi: i draghi ed i maia caduti con Melkor il Corrotto."

Infuriato per l'accaduto, Tradan sbottò frasi ingiuriose verso la forza che li aveva ammaliati, e si diresse di buon passo verso il ponte. Flaugis e Pynum si affrettarono a seguirlo, mentre gli altri rimasero più distaccati. Temendo che anche il ponte di roccia fosse un'illusione, Tradan procedette da solo tastando il cammino con la punta della mazza. Mentre il guerriero procedeva nella sua traversata, Pynum e Flaugis si trovavano a pochi passi dalla parete rocciosa, quando il più giovane avvertì una strana sensazione di minaccia alle sue spalle. Girandosi di scatto riuscì, quasi per caso, a sottrarsi ai lunghi ed affusolati artigli della creatura che li aveva assaliti sul costone roccioso. Il mostro era attaccato alla parete rocciosa, come una lucertola, e la sua pelle era più scura di quanto non fosse apparsa prima. Il suo corpo era sempre screziato, ma di un rosso cupo, e le sua fauci erano più grandi e larghe, quasi sguaiate, e la sua lingua, lunga e bavosa, penzolava dalle sottili labbra. Il mostro afferrò il manto di Pynum, che cadde urlante a terra. Flaugis alzò la torcia ed il mostro sibilò orrendamente, si girò su sé stesso e si arrampicò in verticale sulla parete rocciosa con incredibile velocità. Quando anche il resto del gruppo arrivò al ponte, Tradan era già ritornato indietro, allarmato dalle grida del confratello. Lembi strappati del mantello bianco di Pynum svolazzarono sino a terra. Attraversarono lo stretto ponte di roccia in tutta fretta, sperando così di sottrarsi alla creatura che li aveva attaccati, ma quando giunsero dall'altra parte, Lancant intravide per una frazione di secondo la sagoma del mostro che si accingeva a percorrere il ponte, per poi svanire nell'oscurità. Ora si trovavano su di un terrazzamento roccioso, e l'unica via percorribile era un'apertura artificiale nella roccia. Una sorta di grosso portale nelle tenebre.

 

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Un tempo due grossi battenti di metallo serravano l'ingresso di quel portale, ma ora, uno giaceva divelto a terra, mentre l'altro, ancora attaccato per i cardini, pareva in procinto di piombare sui monaci da un momento all'altro. Il lato esterno del battente ancora in piedi era un incubo abominevole di corpi ed arti che si contorcevano in pose innaturali, artigli che ghermivano, volti sfigurati dal terrore... e fra gli innumerevoli bassorilievi acuminate cuspidi proteggevano il portone dai tentativi di sfondamento ad esso portati. Aseredus osservò con attenzione tutti quei corpi, nella speranza di riconoscere in essi qualche sinistro disegno, mentre i suoi confratelli erano intenti ad osservare delle scritte che correvano lungo gli stipiti e l'arco del portale. Nessuna delle lingue da loro conosciute era in grado di leggere quelle misteriose scritte, e più cercavano di intuirne il significato più le domande e gli enigmi si assembravano nelle loro menti.

<Guardate!> li richiamò Aseredus, indicando una parte del bassorilievo. Tutti si volsero verso di lui, ed aguzzando la vista riconobbero fra le tante figure un balrog che schioccava una lunga frusta e che nell'altra mano stringeva il cranio di un elfo urlante.

<Qualunque cosa incontreremo oltre questo portale - disse il Prescelto - sarà antico come le fondamenta del mondo!>

E così varcarono il portone. Il corridoio che si trovava dopo di esso era lungo e ritto, largo abbastanza da permettere in passaggio di tre carri affiancati ed alto almeno dodici piedi. La sua superficie era lastricata di grandi blocchi di pietra e di tanto in tanto, sulle pareti, si vedevano arrugginiti bracci che un tempo dovevano reggere grosse torce e pesanti lanterne. Fendendo l'oscurità, che tutto avvolgeva, con le loro due fiaccole, i monaci, le guide e la piccola Tavra, si incamminarono lungo il corridoio. Lo percorsero senza mai incontrare deviazioni, svolte o porte per molto tempo, sino a quando una larga e comoda scalinata li face discendere ulteriormente. Alla base della discesa, il corridoio procedeva nuovamente dritto, ma alcuni piccoli scalini sulla sua estremità sinistra conducevano ad uno stretto sopralzo che dopo aver seguito il corridoio principale per una quindicina di passi, svoltava in un fenditura nella parete. Come se una volontà a loro estranea gli avesse comandato di imboccare quella via, tutti si diressero verso in nuovo piccolo corridoio. Come in un budello, percorsero un breve tratto, compiendo due secche curve, prima a destra e poi a sinistra, per poi ritrovarsi innanzi ad una vasta alcova ove una porta di legno rinforzata da pesanti aste di metallo campeggiava di fronte a loro. Con cautela spinsero la porta, e questa si aprì cigolante su di una stanza buia. Con sommo stupore, quando Lancant vi si affacciò con la torcia, esclamò: <Per tutti i Valar... guardate!>

Una miriade di luci colorate inondavano ora la stanza. Dal verde al rosso, dal blu al giallo... un incredibile caleidoscopio si presentò ai loro occhi. Nella stanza, in realtà un vasto corridoio, vi si trovavano numerose statue di cristallo che riflettevano la luce delle fiaccole dei monaci. Disposte lungo le due pareti, le statue erano poco più alte di sette piedi, e rappresentavano terribili figure umanoidi dalle enormi teste. Tutte brandivano delle armi e sulla schiena spuntavano grandi ali. Fu facile per i Custodi riconoscere in quelle raffigurazioni altri balrog. <E' come se stessero facendo la guardia a qualche cosa... Là, guardate alla fine della stanza: la scorgete quella porta? Scommetto che oltre quella porta troveremo un tempio.> affermò sicuro Flaugis.

Borbottando indispettito, Rahec si fece avanti: <Sciocchi! Si tratta di un'altra illusione. Un'altra finzione come quella di prima! Ma io non ci casco più. Seguitemi senza timori!> e di buon passo si accinse ad attraversare la sala. Un po' dubbiosi, tutti gli altri, eccezion fatta per Tradan, lo seguirono. Flaugis e Nalaghar si attardarono un attimo per ammirare da vicino quelle statue di cristallo dalle mille taglienti sfaccettature. L'uomo delle nevi ne toccò una: fredda come un cristallo, solida come un cristallo, luccicante come un cristallo: <E' un cristallo!> sentenziò. Per un attimo gli balenò l'idea di rovesciarne una, la prima, facendo scaturire un micidiale effetto domino sulle altre, ma i suoi compagni si opposero e i due raggiunsero il resto del gruppo. Il solo Tradan li osservava sul ciglio dell'entrata, pensando fra sé e sé: "Esseri maligni, demoni dei tempi antichi... anche se essi sono sotto forma di cristalli incarnano il male. Io non passerò con tanta sufficienze fra loro."

Non finì di pensare tali cose, che i monaci avevano raggiunto il centro della sala ed il pavimento di pietra sussultò. Si udì un roboante scatto metallico provenire da sotto i loro piedi. Tutti si bloccarono istintivamente, guardandosi attorno terrorizzati. Solo Rahec proseguiva imperterrito: <Sciocchezze! Solo illusioni!>

Un altro scatto metallico, un altro ancora ed un altro ancora... tutta la sala ne era invasa. Le statue vennero lanciate in mezzo al corridoio con forza sovrumana. Nalaghar fu investito prima da una statua proveniente dalla sua destra, poi da quella posta alla sua sinistra, rimanendo stritolato fra i cristalli che nell'urto andarono in frantumi, tramutandos